MICROINSULARITÀ E PATOLOGIE DA ISOLAMENTO

 

Maria Atonia FERRANTE

 

Un’isola, se comincia ad essere grandina, non è meglio di un continente. Per la verità deve essere piuttosto piccola, per assumere sembianze di isola; e questa storia mostrerà quanto minuscola debba essere, prima che tu possa ritenerla pronta a riempirla con la tua personalità.

 

(D.H.Lawrence. L’uomo che amava le isole)

Introduzione

L’isola, soprattutto quando è piccola, lontana ed inaccessibile, sollecita i desideri e le fantasie di coloro che, nel travaglio del caotico, quotidiano vivere, agognano uno spazio di pace, di sogni, di isolamento rigenerante.

L’immaginario sì; l’immaginario collettivo ha creato l’archetipo dell’isola paradisiaca che è sempre esistita ed esiste se molti l’hanno cercata e continuano a cercarla, da qualche parte, nel mare infinito. Artisti, poeti, scrittori, anacoreti, pirati, esploratori ed imperatori: molti sono approdati alla loro isola, perchè l’isola felice è realtà; la si può incontrare, come fu per Ulisse che sull’isola dei Feaci, incantevole, incontrò l’incantevole Nausica.

Ma l’archetipo nasconde l’altra faccia dell’isola, quella che la designa come luogo di misteri. Dove, racconta il mito, può accadere di tutto. Nei recessi delle sue grotte: mostri marini, lugubri procellarie e fantasmi d’anime vaganti cancellano, all’istante, la palma con le chiome cullate dal vento sulla dorata distesa di soffice sabbia.

Sulle piccole lande disperse nel mare non sono approdati solo gli amanti dell’isola. Naufraghi, isolani per disgrazia, e delinquenti, e confinati politici e gente in cerca di un posto da colonizzare, hanno, più che la bellezza, colto il rischio del vivere su di uno spazio che molto spesso è infido ed imprevedibile.

Se Gauguin incontrò la sua isola dell’anima, Noa Noa (Tahiti), e lì decise di vivere, lo stesso non fu per Giulia, la troppo esuberante e libertina figlia di Augusto che sull’isola di Pandataria, l’attuale Ventotene, dove il padre la relegò, guardò per lunghi anni l’orizzonte senza alcuna speranza.

Stesso destino toccò ad un’altra Giulia, figlia dell’esiliata di Ventotene, anch’ella alquanto licenziosa, spedita dall’integerrimo nonno, sull’isoletta di San Domino, nell’arcipelago delle Tremiti, dove, al contrario della madre, finì i suoi tristi giorni.

Se un tempo occorrevano giorni e giorni, ed anche mesi, quando i mezzi di navigazione erano precari, per approdare su di un’isola, oggi: aerei ed elicotteri, navi e motonavi, aliscafi ed altro permettono di raggiungere, in tempi relativamente brevi, anche le più remote isole dell’immenso oceano. Ciò permette, soprattutto ai turisti, di riversarsi in massa, nei mesi estivi, su di uno spazio che spesso non riesce a contenere tutti gli ospiti che vi transitano. Dopo la loro partenza, l’isoletta, che ha sopportato il caos, e spesso anche altri disagi: rifiuti di pasti abbandonati dovunque e scarso rispetto per il paesaggio, si ritrova sola, con i suoi frastornati abitanti che devono riadattarsi allo stile di vita invernale.

L’ecosistema di una piccola isola, sistema fragile, vulnerabile ed instabile, va studiato in tutte le sue componenti: naturalistiche: geologia, posizione geografica, lontananza dalle isole maggiori e dalla terraferma, forma e dimensione, flora e fauna, risorse ambientali. E dal punto di vista antropico: archeologia, lingua parlata, usi e costumi, religiosità, relazioni sociali e commerciali. Infine, ciò che sarà il punto saliente di questa relazione, demografia; sua variabilità ed isolamento.

 

 

II

 

Non c’è ragione di pensare che i processi ecologici e culturali che si verificano presso le popolazioni isolane siano differenti da quelli che avvengono altrove. Quando le isole sono piccole, tuttavia, i loro abitanti possono essere confrontati, nel loro limite spaziale, sia ecologicamente, sia psicologicamente, nei riguardi della loro storia più antica, meglio delle popolazioni continentali.

 

(John Terrell, 1976)

 

La Geografia, soprattutto quella Medica, deve assumere carattere planetario, secondo quello che molti antropologi, medici, archeologi, geologi etc...,affermano, e secondo l’appena citato concetto del Terrell, archeologo ed antropologo. Il quale continua dicendo che le isole sono buoni luoghi per studiare il mondo, perchè esse hanno estensioni e forme diverse e grande e svariata complessità ecologica e perchè possono essere situate in luoghi esclusivi dove l’evoluzione può procedere virtualmente libera da interventi estranei. Se sono vicine al continente, esse diventano fonti nuove per immigrati ed idee. (Terrell, 1976)

Partendo da queste premesse, ho tentato di comprendere i modelli geografici che prendono in considerazione un complesso di variabili, relative, nel nostro caso, a piccole isole. Un “sistema”: ecosistema, biosistema, sistema geografico, sistema insulare etc   può essere rappresentato da un “modello”. “Le proprietà qualitative del modello sono schematizzabili con un diagramma che illustra graficamente come ogni componente sia inserita in esso, con quali altre componenti abbia relazioni dirette e di quale tipo siano.” (Puccia ed Altri, p. 223) I modelli matematici agevolano la comprensione di dati differenti interagenti, semplificando e riducendo il lavoro di ricerca.

Un modello geografico si definisce come un set di elementi biologici ed ecologici interpretati nelle loro relazioni e nelle loro operazioni funzionali. L’‘ecosistema’, come è stato definito, nel lontano 1935 da Tansley, fa riferimento ad un complesso di organismi associati e chiusi. I modelli non sempre, come affermano coloro che li programmano, sono attendibili, ma esemplificano la massa di lavoro, altrimenti più complessa e prolungata nel tempo.

III

Ho potuto constatare, tramite la lettura di alcuni documenti redatti da quanti si sono dedicati allo studio di isole non troppo grandi, con intenti di ordine archeologico, antropologico e medico, che per molti di loro fu propizio partire dall’osservazione di alcuni arcipelaghi del Pacifico, in quanto, come afferma Douglas Oliver: “Nessuna regione del mondo conta tanta varietà culturale come queste isole. L’arcipelago della Melanesia è la più sconcertante provincia geografica della terra.” L’eterogeneità, fra le popolazioni delle isole Buka e Bouganville è un estremo esempio di grande diversità biologica su di uno spazio molto piccolo. A tal proposito, l’antropologo Blackwood dice:

 

Fra gli abitanti di Buka e quelli della costa nord di Bouganville c’è attualmente, ma c’è sempre stato, probabilmente, chiusura ai contatti sociali, per cui sono frequenti i matrimoni all’interno di gruppi omogenei. A poca distanza, nella costa est di Bouganville, Numa Numa, gli isolani non si sposano con gli abitanti della costa ovest, salvo rare eccezioni. Fra loro intercorsero rivalità ed ostilità ancora attualmente presenti. In Polinesia si riscontrano migliaia di culture differenti; migliaia di lingue e di dialetti. Il grado di variazioni biologiche lì è estremo Vi abita la più grande varietà di popolazioni del mondo. La chiave di lettura di queste culture è: diversità. Quali le ragioni? Migrazioni, invasioni, distruzioni. Ma non solo questo, perchè il motivo va considerato alla luce di più processi: adattamento, isolamento, cambiamento ed estinzione. (Blackwood, 1935)

IV

Nel mio viaggiare per isole, le piccole isole italiane, fra il 1992 ed il1998, approdai a Ponza , la deliziosa isola maggiore dell’arcipelago pontino. Era il 24 settembre del 1996. Recatami nella parte più alta dell’isola, detta Le Forna, m’imbattei in un gruppo di anziani, tutti di sesso maschile, che passeggiavano per godere del sole settembrino di mezzodì.

Con loro parlai a lungo, informandomi, fra l’altro, della situazione sanitaria locale. Come mi accadde di sentire su altre isole, si lamentarono della allora non buona efficienza del poli ambulatorio ed aggiunsero che i Ponzesi soffrivano di disturbi agli occhi, da addebitare al colore bianco vivo dei muri delle case, delle porte e delle inferriate. L’informazione mi incuriosì e la trascrissi sulla mia agenda. Qualche tempo dopo, sempre in cerca di libri relativi alle isole, acquistai il libro di Oliver Sacks L’isola dei senza colore. La notazione dei Ponzesi mi tornò alla mente e scrissi a Sacks il quale mi rispose incoraggiandomi a proseguire nella ricerca.

Nel testo del dottor Sacks, libro che si pone fra il lavoro scientifico ed il romanzo, nella parte prima, è riportata l’esperienza vissuta dall’autore con due amici: lo scienziato norvegese Knut Nordby e l’oculista Robert Wasserman, sull’atollo di Pingelap, dalla esuberante e coloratissima vegetazione, .in Micronesia, nell’ arcipelago delle Caroline. Qui, un’alta percentuale di abitanti è affetta da una malattia rara: l’acromatopsia. Malattia congenita ereditaria, disturbo oftalmico che non permette di percepire i colori. La visione degli acromatopsici diminuisce alla luce viva perchè la loro retina non possiede i fotoricettori necessari per vedere bene in tali condizioni. La visione del mondo degli acromatopsici è di colore grigio .Gli acromatopsici devono portare occhiali dalle lenti scure, altrimenti sono costretti a strizzare gli occhi ed a battere continuamente le palpebre. La distrofia del cono, tuttavia, è stazionaria; non è progressiva, né conduce a cecità. Tutti coloro che si sono interessati di questo disturbo, compreso il dottor Sacks, convengono che la causa a monte di essa sia stata la condizione di isolamento ed i matrimoni fra consanguinei. Nel 1775, il tifone Lengkieki spazzò via dall’atollo Pingelap, uno degli otto in vicinanza dell’isola vulcanica di Pohnpei, quasi tutti gli abitanti. Queste piccolissime isole, sebbene vicine, hanno scarsissime possibilità di contatti e scambio. La motonave che transita fra questi atolli, non compie più di cinque o sei viaggi in un anno. (Sacks, 1975). Tra i 20 superstiti maschi di Pingelap, circa il 10% della popolazione originaria, ve ne era uno, molto probabilmente il capo del gruppo dei sopravvissuti, affetto da acromatopsia che nella lingua locale dei pingelapesi è detta maskun, cioè, “non vedere”. Il primo portatore del gene che diede origine all’acromatopsia fu, dunque, il sovrano dell’isola, il nahnmwarki. È interessante, qui, accennare al concetto del “fondatore principale”, termine coniato dai genetisti. (Dobzhansky, 1963). Se i membri fondanti della popolazione di un’isola si riducono a pochi, e qualcuno di loro emigra verso un gruppo di individui più grande, porterà con sé soltanto una piccola parte dell’intero pool genico. Il riadattamento genetico e la fertilità selettiva risulteranno in rapida divergenza fra i due gruppi .A Pingelap, il portatore del gene che provocò la malattia nei suoi discendenti, allo scopo di ripopolare l’atollo, si unì alle poche donne rimaste.

Il resoconto di questa prima esperienza, come quella fatta successivamente dal dottor Sacks ad Umatac ed a Rota, due villaggi dell’isola di Guam, non ha eccessivo carattere scientifico. Tutte e due le ricerche, come lo stesso autore afferma, mancano di una completa sistematicità. In quanto, verso queste isole, Sacks è stato guidato soprattutto dalla passione e dal sentimento. Tuttavia, egli ha fornito alla Medicina, all’Antropologia ed all’Etnologia, un valido contributo per poter penetrare nel mistero di alcune rare patologie isolane.

 

V

L’occasione offertami di parlare, presso l’Accademia Lancisiana di Roma, di alcune patologie isolane, quali conseguenze dell’isolamento e della combinazione di diverse altre cause, fra loro interdipendenti, mi ha stimolata a riprendere in considerazione la segnalazione fattami dal gruppo dei Ponzesi.

Una serie di propizie coincidenze, lunghe da descrivere, mi ha permesso di mettermi in contatto con il signor Silverio Mazzella il quale, in Ponza, è proprietario di una libreria, ma è anche scrupoloso custode di una serie di documenti preziosi relativi all’isola. Devo alla sua gentilezza ed alla sua collaborazione se, oggi, posso affermare che quanto, grossolanamente, mi riferì il gruppetto di anziani da me interrogato, nove anni or sono, corrispondeva in parte a verità.

Il signor Mazzella mi ha trasmesso il resoconto di un’indagine condotta nell’isola di Ponza nel 1986 dall’Università degli Studi La Sapienza, di Roma; Istituto di Oftalmologia. Vi hanno preso parte i dottori: Cedrone, Galli, Petrilli, Stocchi, Cesareo ed il professor Cerulli. Nel documento leggiamo che: “Lo studio condotto sull’isola di Ponza è servito da base per identificare le aree a più alto rischio di cecità da cataratta senile ed i focolai di malattie eredo-familiari, causa di cecità, nella Regione Lazio.” Il Comune di Ponza è risultato il più interessante per proseguire l’indagine sul luogo, in quanto a Ponza si è riscontrata un’elevata prevalenza di cataratta e di retinite pigmentosa. “La popolazione è, inoltre, geneticamente omogenea per la consanguineità derivata dall’isolamento.”

Sull’isola, pertanto, è stato trasferito un Osservatorio Epidemiologico Oftalmologico per proseguire l’indagine su tutta la popolazione. Dallo studio, sul posto, rivolto agli aspetti ereditari, a quelli di rischio, a quelli ambientali e socio economici dei disordini oculari dei Ponzesi, è risultato una elevata prevalenza di ciechi da cataratta e da retinite pigmentosa.

Nel 1993, il già citato neurologo Sacks, il quale era stato a Pingelap per studiare l’acromatopsia, si è recato nuovamente in Micronesia, con il neurologo John Steele, per cercare di dare risposta ai tanti interrogativi che la Medicina si poneva circa una malattia neurologica endemica sofferta dagli abitanti di due piccoli villaggi dell’isola di Guam: Umatac e Rota.

I Chamorro, gruppo etnico che abita i due villaggi, chiamano lytico-bodig il disturbo che li affligge da parecchie generazioni. “Esso può manifestarsi in vari modi: a volte come una paralisi progressiva, lytico, che ricorda la sclerosi laterale amiotrofica (ASL); a volte come una condizione, bodig, simile al parkinsonismo, occasionalmente accompagnato da demenza”. (Sacks, p. 123)

Quattro ipotesi sono state avanzate circa le cause della misteriosa malattia. La prima, fa riferimento agli eventi accaduti ad Umatac nei 150 anni che seguirono all’arrivo, sull’isola, di Magellano, nel 1521. La resistenza dei Chamorro alla colonizzazione generò disordini e ribellioni, fino ad un’orrenda guerra di sterminio. Alle guerre seguirono le malattie, il suicidio di molti isolani e la sterilità che le donne si procurarono deliberatamente. Ad Umatac restarono pochi uomini e l’intera cultura dei Chamorro fu distrutta. (Sacks, p. 157) La seconda ipotesi, quella che ha affascinato il dottor Sacks, riguarda una pianta tropicale antichissima: la cicadina, appartenente alla famiglia delle Gimnosperme. Dai semi di questa pianta i Chamorro ricavano una farina, il fadang o federico con la quale preparano molte delle loro pietanze. Si suppone che tali piante contengano una tossina, la cicasina, che causerebbe la malattia. La terza ipotesi è di ordine minerale. L’acqua da bere di Umatac conterrebbe scarsa quantità di calcio e di magnesio; ciò darebbe origine alla malattia neurologica. Ma anche questa ipotesi è stata scartata; l’acqua potabile dell’isola, come pure i terreni e le piante, contengono sufficienti quantità di calcio e di magnesio. (Sacks, p. 201) Il mistero continua, sebbene venga avanzata ancora un’altra ipotesi: quella di ordine virale. Fra prove ed errori, si è continuato a cercare da parte di numerosi neurologi recatisi a Guam. Ma, mentre la malattia è in via di estinzione, la verità continua a non farsi conoscere.

 

Dirimpetto alla costa dalmata è situata una piccola isola, Mljet o Meleda dove, circa 180 anni fa, è stata scoperta una malattia genetica detta, per l’appunto, “mal di Meleda”, sebbene il suo nome scientifico sia: ipercheratosi palmoplantare, ispessimento della cute del palmo delle mani e della cute della pianta dei piedi . Anche a Meleda, la causa di questa malattia è da addebitarsi all’isolamento che comporta, fra un numero di persone piuttosto ridotto, l’incrocio fra consanguinei.

Non sono a conoscenza, attualmente, di altre piccole isole dove l’isolamento, insieme ad una serie di altri fattori: da quelli storici a quelli culturali, da quelli economici a quelli religiosi e politici, abbiano favorito l’insorgenza di malattie genetiche risalenti a decine e decine, se non a centinaia di anni fa. Il dottor Sacks ci segnala l’isoletta danese di Fuur, dove si sono riscontrati significativi casi di acromatopsici e la più conosciuta isola di Marta’s Vineyard, negli Stati Uniti, dove, nel passato, fu riscontrato un notevole numero di sordi congeniti. (Sacks, p. 206) Anton Cechov si recò, in qualità di giornalista, nel mese di luglio del 1890, sull’isola di Sachalin o Sakhalin, situata tra lo Stretto dei Tartari ed il Mare di Ohotsk, dove lo scrittore si trattenne tre mesi. .Lo scopo del viaggio fu l’interesse, da parte di Cechov, di verificare personalmente le condizioni degli emarginati, dei sofferenti e dei deportati. Nel suo libro-reportage, L’isola di Sachalin, Cechov riferisce molte delle osservazioni fatte, nella stessa isola, dal dottor Vasil’ev , autore di Viaggio all’isola di Sachalin. Dice Cechov, che tra le malattie degli occhi sofferte dai Ghiliaki, gli indigeni dell’isola, si osserva soprattutto la congiuntivite epidemica che non si trasmette agli allogeni. Secondo il dottor Vasil’ev, come riferisce Cechov:

 

Ha una grande importanza, nell’insorgere della malattia, la continua contemplazione del deserto coperto di neve...So per esperienza che in alcuni giorni di continua contemplazione del deserto di neve, ci si può procurare un’infiammazione di tipo blenorragico della mucosa oculare. I forzati sono molto inclini ad ammalarsi di emeralopia. A volte essa colpisce interi gruppi, sì che i forzati procedono a tentoni, tenendosi l’un l’altro per mano. (Cechov, p. 295)

 

Il biancore della neve, ritenuto una causa, non è, forse, come il biancore delle case di Ponza, un effetto ? Non so se anche sull’isola di Sachalin o Sakhalin, grandissima, in qualche sua remota parte ci siano stati casi di isolamento e di incroci fra consanguinei. Tuttavia, può interessare, a questo riguardo, un articolo scritto dall’antropologo Sternberg intorno al 1890. Questi, studiò accuratamente la cultura dei Ghiliaki, il gruppo etnico più diffuso, all’epoca, sull’isola di Sachalin o Sakhalin. Tale articolo fu ripreso da Engels il quale lo pubblicò, nel 1892, sulla rivista “Neue Zeit”, con il titolo di “Un esempio di matrimonio di gruppo di recente scoperta.”

Nell’articolo si legge: “Sull’isola di Sachalin un uomo è coniugato con tutte le mogli dei suoi fratelli e con tutte le sorelle di sua moglie, il che significa, considerando la cosa da parte femminile, che sua moglie ha diritto al libero commercio sessuale con i fratelli del marito e coi mariti delle sue sorelle.” Sembra che il matrimonio, all’interno della gens ghiliaka fosse vietato. Se non lo fosse stato, in qualche parte dell’isola, potremmo supporre che la emeralopia congenita, disfunzione retinica ereditaria, caratterizzata anche da carenza di vitamina A e dalla difficoltà, quale sintomo, di vedere alla luce molto viva, abbia qualche relazione con il disturbo riscontrato dal dottor Vasil’ev? Naturalmente, è solo una ipotesi.

Sono gli elenchi telefonici, attualmente, ed i cimiteri che denunziano il fenomeno dei matrimoni fra consanguinei. A Procida, si è ricorso, nell’approntare l’elenco telefonico, all’uso del patronimico per differenziare gli isolani con lo stesso nome e cognome. Sull’isoletta di San Nicola, nelle Tremiti, i cognomi che si leggono sulle lapidi del piccolo cimitero, non sono più di tre o quattro. Sacks lo conferma. Nei cimiteri di Pingelap, di Umatac, di Rota ed in quelli di Fuur e di Marta’s Vineyard, gli stessi cognomi si ripetono in maniera esasperata.

 

Quanto ho detto, è quasi storia passata. Attualmente, le isole, anche quelle piccole, sono più popolate e l’immigrazione tende ad equilibrarsi con l’emigrazione. I contatti fra isola ed isola e fra isole e la terraferma sono molto più dinamici. Durante il mio “andar per isole” constatai che una certa diffidenza caratterizza la personalità degli isolani, diffidenza rivolta soprattutto agli estranei. Ho potuto desumere questo dato, sia conversando con gli isolani, sia ricavandolo dalle risposte del questionario da me utilizzato. In parecchi dei libri da me consultati, inoltre, viene sottolineato, a conferma, l’atteggiamento sospettoso degli isolani. Ne parla, fra gli altri, Elsa Morante nel suo romanzo L’isola d’Arturo. Il capitano Basilo Hall, nella relazione di un suo viaggio compiuto nel 1816 lungo la costa occidentale della Corea ed all’isola di Lu-Tsciù, riferisce: “Quegli abitanti hanno un orgoglioso contegno, ed un tal tono di sussiego e d’indifferenza, e sì poca curiosità, che ne fummo attoniti come di singolar cosa.” (Hall, p. 16) Ed ancora: “È però necessario riconoscere che è gente eccessivamente timida e naturalmente sospettosa verso gli stranieri.” (Hall, p. 309) Un altro aspetto che caratterizza gli abitanti delle isole è la marcata ostilità nei confronti degli abitanti delle isole vicine (come a Buka ed a Bouganville ed in tante altre isole qui non nominate). Le due isolette dell’arcipelago delle Tremiti: San Nicola e San Domino sono a poche centinaia di metri l’una dall’altra. Durante l’ultima mia visita a San Domino, nell’agosto scorso, un isolano mi ha detto: “San Nicola ha solo dei ruderi: l’antica abbazia dei Benedettini e la fortezza! Che se ne fanno i turisti? Noi, al contrario, abbiamo il verde e le strutture alberghiere.” Eppure, come si direbbe, sono figlie della stessa madre.

Il tema trattato oggi presso l’Accademia Lancisiana di Roma dai relatori invitati a parlare è stato quello relativo alla depressione quale conseguenza di malattie cardiovascolari, come l’infarto che, anche quando è reversibile, intacca la serenità del paziente, continuamente in ansia ed in apprensione per un eventuale ritorno del pericoloso evento. L’ansia può assumere i caratteri della depressione. In questi casi, la collaborazione fra cardiologi e psicoterapeutici è augurabile. Come ha sottolineato il dottor Mario Giampà nella sua esauriente e chiara comunicazione, la depressione può essere dovuta anche, anzi molto spesso, a quella pena dell’anima che porta all’isolamento, alla chiusura nei confronti della comunicazione. Il periodo storico attuale è propizio a queste forme di patologie, mancando il supporto di un’interazione umana mirata all’incontro.

Viaggiando per le piccole isole italiane ho perseguito, essenzialmente, lo scopo di parlare con gli isolani, di proporre loro il questionario, che un certo numero di loro si è rifiutato di compilare, e di osservarli. Il mio lavoro è stato poco sistematico e poco scientifico, avendo mirato, soprattutto, all’osservazione dell’ambiente ed all’uso che di esso ne fa l’isolano. Pertanto, non ho redatto schede relative alle patologie più frequenti, riscontrabili fra gli abitanti stabili delle piccole isole. Non avendo visitato gli ambulatori che, al tempo dei miei viaggi, su molte isole italiane, erano ancora inesistenti, non posso riferire in termini di patologie organiche e neanche, in termini statistici, dei disturbi psichiatrici Ho rilevato, tuttavia, un segno della personalità dell’isolano. Generalizzando, dico che egli soffre di nostalgia, di quel dolore dell’anima che può assumere anche i toni di una patologia grave. Tornano, qui, le memorie omeriche e dantesche; l’affascinante tema dei nostòi, dei mitici, dolorosi e contrastati ritorni al lido natìo. Molti degli isolani, i quali hanno collaborato parlandomi della loro vita, si sono soffermati a dirmi dell’ambivalenza, a volte senza soluzione, che  li tiene avvinti alla loro isola e che, al tempo stesso, fa loro desiderare di lasciarla. Anche quelli che, soprattutto anziani, non sono mai andati sulla terraferma (qualcuno, ancora c’è) guardano la sponda, al di là del mare, sognano la città; vorrebbero partire, ma per tutta la vita restano nel loro angolo di mondo.

Nella loro solitudine invernale, gli isolani ancora si narrano le storie fantastiche nate dalla fantasia solitaria. A Capraia c’è quella della “mortula”, la donna suicidatasi lanciandosi dalla torre dove il marito l’aveva chiusa a causa di adulterio. A Tremiti cantano, ogni notte, la morte di Diomede le procellarie, gli uccelli che furono i compagni dell’eroe greco. A Giannutri è la pazza Marietta, ammalatasi per amore, che si aggira sulla scogliera. Una fantasia fervida, quella dell’isolano, ma con un segno di morte che rinvia all’ansia, alla paura e, di certo, in molti casi, anche alla depressione.

 

Conclusione

 

Il famoso antropologo Bronislaw Malinowski, nel suo altrettanto famoso libro Gli Argonauti del Pacifico, descrive un cerimoniale, detto Kula, consistente nel passaggio da un’isola all’altra, dell’arcipelago delle Trobriand, di oggetti di valore simbolico e commerciale: braccialetti e collane. Le canoe viaggiano, periodicamente, attraverso il kula-ring, il percorso che si compie all’interno del complesso delle isole e dei loro villaggi, portando oggetti e ricevendo oggetti. Secondo Malinowski, il kula si interpreta soprattutto come rituale magico,

ma non meno come espediente per vincere l’isolamento e poter comunicare. “La sua novità sembra essere, in una certa misura, un nuovo tipo di fatto etnologico. La sua novità sta in parte nelle dimensioni della sua estensione sociologica e geografica. Il kula, come enorme relazione intertribale, che unisce con dei precisi legami sociali una vasta area e un gran numero di persone, che le lega con dei vincoli precisi di obblighi reciproci, che le costringe a seguire unanimamente delle minute regole e pratiche, il kula, dunque, è un meccanismo sociologico di eccezionale dimensione e complessità.” (Malinowski, p. 467)

Le barriere naturali o quelle erette dall’uomo non permettono la comunicazione e lo scambio. Il mare è una difficile barriera da superare, ed il più delle volte vince ogni sforzo umano teso a poterlo domare. Il mare abbraccia le sue piccole terre, le isolette, le culla e le preserva, geloso come un amante che vuole l’esclusiva. Delle piccole isole, il mare fa dei paradisi, dove unici possono essere piante ed animali. Ma può anche abbrutire i suoi abitanti se questi, come i Trobriandesi, non tentano di sfidare il mare per sottrarsi al dominio che esercita sulle sue più amate creature; le isolette, innumerevoli sul nostro stupendo pianeta. Come dice Malinowski: “Questi indigeni sentono ed apprezzano l’avventura della navigazione, sono visibilmente eccitati all’idea di una spedizione, gioiscono perfino alla vista del mare aperto sulla costa orientale, oltre il raybwag (barriera corallina) e spesso vi si avventurano in comitive per puro piacere.” (Malinowski, p. 446)

Non potendo riferire su di ogni isoletta da me visitata, ne ho scelta una: Capraia, nell’arcipelago toscano, che per le sue caratteristiche: geografiche, fisiche ed antropologiche può essere rappresentativa di quelle che, come Capraia, sono ancora isole nel vero senso del termine.

Capri, Giannutri, Giglio, Ischia, Lipari, Vulcano, Panarea,  Pantelleria ed altre, sono state colonizzate da imprenditori del nord d’Italia e da stranieri che lì hanno voluto costruirvi, od acquistarvi, una casa della vacanza. Tali isole, pertanto, sono diventate, soprattutto, approdi per gente famosa e fonti di incremento economico a svantaggio delle tradizioni, sommerse nella nuova cultura del benessere e del lieto vivere.

 

 

Appunti di viaggio

 

Capraia, 18 marzo 1996

 

Dopo una giornata umida e piovosa, un già caldo sole primaverile mi rallegra ricaricandomi di entusiasmo per bene iniziare la visita di Capraia. Entro nella chiesa di Santo Stefano, piuttosto malridotta, dopo averne visitato altre due: quella dell’Assunta e quella di Sant’Antonio, annessa, in passato, al penitenziario. Mi colpiscono i tanti ex voto dei marinai; lavori in madreperla donati alla Vergine ed i quadri di semplice fattura sui quali è stato fissato, con data e dedica, l’intervento miracoloso di Maria quando il mare è già pronto a prendersi le sue vittime. Fuori, al centro della minuscola piazzetta, il monumento ai caduti per la Patria, quasi tutti con lo stesso cognome: Cuneo.

Silenzio profondo intorno a me. Cammino da due ore ed ho incontrato solamente tre persone. Non esiste traffico; qualche rara macchina e qualche motorino. Eppure, non è giorno festivo. Quale differenza nei confronti di Capri e di Ischia, e perfino di Procida che pur vive ancora all’ombra delle più illustri sorelle!

Le porte delle abitazioni sono tutte chiuse, mentre lo spazio fuori è occupato da decine di gatti e da cani randagi. Pochi negozi; poco di tutto. Abbondano, stranamente, le cabine telefoniche. Che se ne fanno? Sono stanca di camminare, ma, me lo hanno già detto, non ci sono macchine che facciano servizio pubblico. Soffia il grecale; sibila intonandosi al canto dei tanti uccelli marini che ora, felici, riempiono il cielo pieno di luce. Il paesaggio è collinoso e ricco di esuberante macchia mediterranea. Profumi diffusi di biancospino, di muschio e di mille erbe novelle, nate qua e là, nell’incolta sterpaglia. Sempre tanto silenzio, silenzio. Sono colta da malinconia, da una sensazione mista di letizia e di dolore. Cosa succede? Avvertono, mi chiedo, lo stesso sentimento gli isolani di Capraia?

 

Stesso giorno, ore 16,30

 

Incontro una bionda fanciulla che avanza verso di me seguita dalla sua grassa gatta. Mi dice di chiamarsi Lisa e, dopo la mia presentazione, è d’accordo, non solo a riempire il questionario che le propongo, ma, e sopratutto, a parlarmi dei Capraiesi e della sua vita: “Sono nata qui e me ne sono allontanata, facendo la pendolare, solamente per andare a studiare a Livorno. Non lascerei mai la mia isola; lo spazio è ristretto, l’inverno troppo lungo e la solitudine difficile da tollerare. Eppure, non voglio andarmene. Lavoro presso l’hotel più prestigioso di Capraia e vivo in famiglia, con mia nonna e mia madre la quale ha avuto, oltre a mio padre, altri due uomini. Ma ora ha chiuso con tutti. Non è, continua, allegro vivere qui. Per fortuna io e mia madre amiamo leggere. Vede laggiù, mi sollecita, quella roccia! La chiamano “l’orante”. Guardi bene. E’ protesa verso il mare, a mani giunte. Noi isolani siamo così, con gli occhi e le mani imploranti, verso il mare. Non voglio sposare un isolano. I nostri giovani tentano di espatriare, ma molti tornano indietro. E’ come se io portassi la mia gatta fuori di casa e la lasciassi per strada! Che ne sarebbe di lei? Non puoi tanto facilmente sradicare le persone dal luogo dove si sono realizzate le prime loro esperienze.”. Lisa è una ragazza colta, desiderosa di compiacermi. Ma, la sua voce è velata di tristezza, la stessa, come dice, continuando a parlarmi, che certamente albergava nell’anima della “mortula”, come qui la identificano. Sull’isola vaga l’anima senza pace di una donna di rango, adultera, che il marito relegò nella torre, detta, appunto, della”mortula”. La donna si suicidò lanciandosi nel vuoto.

Perché, mi chiedo, gli isolani parlano, spesso, della presenza di un fantasma femminile che vaga sull’isola? A Giannutri è quello di Marietta la quale , per amore, trascorse la vita sull’isola aggirandosi, sola e disperata, fra i ruderi di Villa Domizia. E lì ritorna, come dicono, per rivisitare i posti della sua passione. A San Domino delle Tremiti i fantasmi dei compagni di Diomede, trasformati in procellarie, uno dei pochi esempi di fantasma isolano al maschile e l’altro, di una dama non identificata, supposta anche come donna-sirena, che vagherebbe fra le scogliere delle Tremiti cantando sommessamente.

L’isola, mi chiedo, è archetipo femminile, secondo quanto afferma l’antropologo Gilbert Durand? E’ l’isola l’immagine mitica della donna, della vergine, della madre? Colui che cerca l’isola, che è ammagliato dal suo richiamo, cerca la madre, il rifugio nel seno protettivo che l’isola simboleggia con l’acqua che la fascia tutto intorno? Le donne che ho incontrato, perfino quelle della ricca e famosa Capri, parlano o con tono di rabbia o con tono di tristezza e rassegnazione. A Capri, molte di loro, per andare a fare la spesa devono, con il carrello tirato a mano, percorrere la lunghissima stradina, che solo qualche piccolo mezzo motorizzato può attraversare in caso d’emergenza, che parte dai ruderi della Villa di Tiberio. Sotto il sole impietoso dell’estate, sotto la pioggia e con il vento, devono percorrere, due o tre volte la settimana, molti chilometri .”Come non essere ansiose, stanche ed anche scontente se parte della nostra giornata è dedicata solamente all’acquisto degli alimenti? Che dire, poi, dell’acqua? C’è e non c’è. Su quest’isola, tanto visitata, si vive all’insegna dell’imprevisto.”

 

Capraia, 19 marzo 1996

 

Presso l’Agenzia del Parco incontro Rossana disponibile a parlarmi delle iniziative intraprese per valorizzare l’isola in senso positivo, secondo l’intento del gruppo che lavora con Rossana, tutti giovani: “Capraia è per pochi. Qui nessuna discoteca o altra struttura per divertirsi; solo la natura. Il lavoro manca; i giovani bivaccano al bar.”Chiedo anche a lei se ogni tanto, sull’isola, giunge uno specialista di malattie nervose, uno psicologo o un assistente sociale. “Qui, mi risponde, questi sono nomi sconosciuti; disturbi nervosi ce ne sono, ma non se ne parla, non si presta attenzione alle persone strane.”

Nel pomeriggio, incontro l’ex maresciallo della ex colonia penale il quale, chino sull’erba umida di rugiada, nelle prime ore del mattino, raccoglie asparagi. Mi monopolizza e mi parla per ben due ore raccontandomi, non solo della sua vita privata, ma, e soprattutto del tempo in cui teneva a bada ben cinquecento detenuti. “La casa di pena è stata smantellata nel 1986; era attiva dal 1873 ed occupava un terzo del territorio dell’isola; territorio interdetto al transito ed all’approdo. Lì ha visti i caseggiati? Sono ancora lì, abbandonati, a ricordarci un passato perfino migliore di questo. Che tristezza passarci vicino!”

Di rimando, mentre mi appresto a completare il presente scritto, mi torna in mente l’imponente e lugubre carcere di Favignana. Visto da lontano, grigio, pieno di sbarre, perfino in una giornata splendida come quella che trascorsi sulla bella isola delle Egadi, trasmette un senso di morte che s’impone, a dispetto dei colori vivi dell’isola, della sua terra rosata e giallo oro dove i fichi d’india occhieggiano, rubicondi, fra il verde ramo che li sostiene. Il temine, appena usato dal maresciallo: “luogo di pena”, mi fa chiedere quale sia stato l’esito negativo, sulla psiche degli isolani, il dover condividere lo spazio con i relegati. Sembra paradossale, ma la convivenza è stata, a Capraia, come a Procida, a Ventotene e su tutte le altre isole che hanno ospitato un penitenziario, abbastanza buona. I detenuti erano attivi ed incrementavano le entrate economiche con i loro prodotti e con il movimento dei parenti che venivano a trovarli. Continuo a pensare che le storie isolane: storie di eventi naturali catastrofici come i terremoti che spesso hanno colpito le isole partenopee, le epidemie, le incursioni piratesche, i penitenziari e le conseguenze malsane di un turismo senza programmi, abbiano sollecitato, negli isolani, l’insorgenza di disturbi depressivi che, tuttavia, non facilmente vengono palesati. Disvelandosi, piuttosto, tramite comportamenti allusivi: attraverso i rituali religiosi, quali le processioni, soprattutto quelle del Venerdì Santo, tramite la localizzazione, lungo le strade, di edicole votive, la dedicazione di chiese dedicate alle anime del Purgatorio ed attraverso gli ex voto che si possono ancora vedere nelle chiese. Interessante è l’adorazione della Vergine, protettrice dei naviganti. Molti degli isolani da me interpellati, pur palesemente depressi, hanno preferito non ammetterlo; sia per un certo senso di pudore, sia per continuare a proporre l’immagine dell’isola felice.

 

Capraia, 19 marzo, 1996, ore 15

 

Incontro Giovanna, una vedova di 55 anni, chiaramente depressa.”Capraia è troppo isola, mi dice. I pomeriggi, soprattutto, sono interminabili. ed io, cosa devo fare ? Vado al porto, poi torno su questa collina e poi ritorno al porto, per parecchie volte, altrimenti, impazzisco. Sono nata a Ponza e poi sono giunta qui, di isola in isola, non ne posso più. Sono vedova ed i miei figli se ne sono andati lontani; li vedo raramente. Vado a Livorno ogni due o tre mesi: Parto e mi sento male, ritorno e mi sento male. La notte stento a dormire. Abito vicino al porto. Il rumore del mare non mi giova, né quello del vento; vorrei scappare, ma non so dove.” Rosa, la proprietaria dell’unico negozietto di generi alimentari, al contrario di Giovanna, è felice di vivere a Capraia e, troppo sicura, a mio avviso, mi canta le gioie della vita isolana. Mentre parla, un anziano che attende di essere servito, all’uscita dal negozio mi dice: ”Rosa ha paura, non vuole spaventare i turisti. Non creda a tutto quel che ha detto. Per conto mio, ormai sono vecchio, mi sono adattato a vivere qui, però ce ne è voluta di buona volontà. Sono stato marinaio e per tanti mesi, ogni anno, sono stato lontano dall’isola, sempre con la paura di non ritornare. Ne ricordo di tempeste!”

 

Favignana, 30 maggio 1997

 

A Favignana, la calda isola tutta mediterranea, giungo di sera inoltrata, senza che anima viva transiti per il porticciolo e senza nulla poter percepire, nella notte fonda. In lontananza, mi sollevano la vista delle luci di Trapani e quelle della minuscola isola di Levanzo.

L’isola mi accoglie fra i preparativi della caccia ai tonni: la “mattanza”. Non farò in tempo ad assistervi, ma, tutto sommato, non so quanto sia meglio che io non partecipi, da spettatrice, a questo periodico rituale di morte. Colgo subito, nei murales dipinti sulle pareti esterne delle case, nei bar e nei ristoranti le esasperate immagini, in affresco, in quadri appesi alle pareti ed in fotografie, di questa cruenta tradizione.

Vedo già approntate le cosiddette “rivolte”, le barriere che serviranno per catturare gli argentei tonni che in questo periodo seguono le correnti ad essi favorevoli. L’ultima delle cinque camere approntate è quella della morte, quella dove i tonni vengono arpionati, dove si dibattono, straziati dalle ferite che sanguinano tingendo di rosso il mare, poco prima di colore azzurro intenso. Perchè, mi chiedo, tanta spasmodica attesa anima gli isolani, impazienti di assistere alla mattanza? E’ vero, i tonni significano benessere, soprattutto lo significavano in passato. Lo attestano gli stabilimenti Florio, di colore rosato, il colore dominante di Favignana, ormai abbandonati, ma ancora testimoni, con il loro elegante stile coloniale, di un periodo attivo per tutta l’isola. Ma, al di là del vantaggio economico, quale altra attrazione esercita la mattanza; quale ricompensa alla vita monotona; quale dinamica di risarcimento? Il rituale, antichissimo, è solo una fonte di benessere economico o l’espediente di uno sfogo aggressivo esercitato sugli inermi ed indifesi animali? Non so darmi una risposta esauriente. Forse, la mattanza include più di un senso.

L’ ultimo giorno a Favignana è, per me, alquanto triste e non solamente per l’imminente rituale di morte, ma soprattutto perché mi informano che il giorno prima, una anziana signora, proprietaria del negozio al porto dove si vendono prodotti ittici, si è suicidata. Tutti sono parchi di informazioni, come a voler difendere la dignità dell’isola. Della suicida mi si dice solamente: “Non ragionava più.”

Il giorno dopo mi reco a Levanzo. Davanti ai dipinti neolitici della Grotta del Genovese; davanti ai grandi tonni che guizzano tranquilli, tracciati in nero, con mano sicura dai nostri avi pescatori, mi rassereno. Concludo la mia riflessione su quanto ho osservato a Favignana e su quanto ora mi offre la splendida sequenza dei dipinti della grotta con una ulteriore riflessione “L’isola, anche piccola, è un vero scrigno dove l’uomo ha depositato e continua a depositare le sue emozioni più intense.”

 

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Maria Antonia Ferrante